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Come anticipato nell’articolo precedente, quando le aziende decidono di affidarsi a qualche figura esterna, è bene fare molto attenzione ad un elemento chiave che unirà le due realtà, ovvero la fiducia, necessaria in ogni tipo di relazione.

Per valutare la fiducia è bene tenere in considerazione alcuni fattori, SPECIALMENTE quando si ha a che fare con ingenti investimenti e si delocalizza il proprio budget (parzialmente o totalmente) al di fuori.

Per scegliere il partner ideale bisogna prendere in considerazione realtà che certificano le proprie competenze e NON solo con le parole.

In questo articolo seguirà un’interessante intervista rilasciata da 3 dei nostri tecnici che ci spiegheranno con parole semplici e comprensibili, l’importanza di ottenere la certificazione Azure DevOps e cosa rappresenta il DevOps secondo il loro punto di vista.

Prima di mostrare le domande fatte, facciamo un piccolo chiarimento sul concetto di DevOps, che rappresenta un approccio culturale relativamente nuovo, che nasce dall’integrazione di Dev (development) e Ops (Operators), ovvero unisce il mondo dello sviluppo e degli operatori IT in modo CONTINUO, facilitando i processi, la risoluzione di eventuali bug di sistema, ecc, rendendo il sistema Agile ed è  una logica integrata in cui i diversi aspetti di pianificazione, sviluppo, test, deploy, produzione e monitoraggio si relazionano all’interno di un processo organico e continuo.

 

A tal proposito, presentiamo Matteo Sposato (Team Leader), Eduardo Zapata (Team Leader) ed infine Ivan Soreca (Developer) che hanno risposto ad alcune domande, quali: 

 

  1. Come definireste il DevOps?
  2. Perché è necessario certificarsi? 
  3. Qual è stata la difficoltà che avete riscontrato durante il vostro percorso verso la certificazione?
  4. Qual è il valore aggiunto/pratico che dà la certificazione?
  5. Pensate che il DevOps sia il futuro dell’informatica? 

 

Matteo Sposato (Team Leader): 

 

  1.  Il devops lo definirei come una metodologia di lavoro,  basata sulla collaborazione tra figure complementari. Per essere più chiari, se uno sviluppatore e un sistemista collaborano nella maintenance di un applicativo è più probabile che i problemi che emergono vengano risolti grazie al fatto che i due “rami” lavorano all’unisono.
  2. Non credo che certificarsi sia necessario a livello personale, la necessità sorge quando ci si deve rapportare con realtà enterprise, poiché queste ultime,  per come sono strutturate, hanno bisogno di avere delle certezze!
  3. La difficoltà più grande è quella di dover imparare come vengono fatte le domande all’esame dato che non c’è parte pratica!
  4. Il valore aggiunto come dicevo prima è la possibilità di prender parte a progetti enterprise, che, di conseguenza, comporta anche il dover rapportati con persone molto competenti. Sicuramente studiare ti permette di avere anche una panoramica dei servizi, quindi più consapevolezza nella scelta della tecnologia.
  5. Penso che il DevOps sia un nuovo modello per una piccola parte del mondo informatico, principalmente se si forniscono servizi. Credo anche che la collaborazione a qualsiasi livello sia una cosa auspicabile in generale.

 

Eduardo Zapata (Team Leader): 

 

  1. Il DevOps è un concetto molto difficile da spiegare; è utile e va bene sia per tutti coloro che hanno nel loro bagaglio una serie di competenze IT, sia per la programmazione, perciò sia per il team degli sviluppatori, sia per il team Operation, un po’ come succede tra Matteo, Ivan ed io (come Matteo Ivan ed io) e quindi possiamo mettere mano al DevOps direttamente senza passare da un’analista funzionale.
    Un altro approccio relativo al DevOps facile fa spiegare è che una persona che non conosce nulla di programmazione, grazie ai tool offerti da Microsoft, può arrivare ad ottenere gli stessi risultati e gli stessi obiettivi perché si hanno molti elementi già precompilati.
  2. E’ un piccolo traguardo personale (ce l’ho fatta, ho una certificazione e gratificazione personale); dal punto di vista aziendale invece è stata necessaria per poterci offrire la possibilità di gestire progetti molto più grandi e ci avrebbe aperto le porte a future ed ottimali collaborazioni con partner di una certa notorietà.
  3. Il tempo, perché per prepararsi era molto difficile ed il tempo, era quasi inesistente! L’impegno e la volontà di raggiungere questa certificazione però, hanno abbattuto ogni ostacolo ed ogni presunta difficoltà.
  4. Il valore aggiunto si ritrova nella possibilità di gestire progetti di grande valore, potendo collaborare con clienti importanti! Ormai si sta passando tutto al Cloud e quindi avere persone competenti in materia ed orizzontali allo stesso tempo sulle tecnologie utilizzate, risulta essere un plus a livello aziendale.
    Le persone competenti hanno quindi la possibilità di gestire il progetto in tutte le parti di esso!
  5. Secondo me sì, rappresenta una parte del futuro dell’informatica! Avere coesione tra il team di sviluppo e di operation è davvero un punto di forza da riconoscere alle aziende IT.

 

Ivan Soreca (Developer): 

  1. Il DevOps a mio avviso lo identifico come l’insieme delle capacità e delle conoscenze di strumenti generici, nel senso che non c’è una vera e propria e singola specializzazione che comprende TUTTO ciò che viene fatto oggi in termini di infrastruttura, che confluiscono in un’unica persona.
  2. Di certo la soddisfazione personale di avere raggiunto un traguardo così importante!
  3. Direi il tempo e le domande! Il DevOps non è un argomento facile e le domande all’esame sono davvero toste! Inizialmente poi alcuni concetti non erano per niente semplicissimi (configurazione di file ad esempio) e non è come imparare un qualsiasi linguaggio di programmazione nuovo; una volta che impari un linguaggio di programmazione lo conosci e continui senza problemi; hai delle perplessità? Trovi le risposte con un’infinità di dispense online che ti aiutano; il DevOps no!
  4. La certificazione ti porta (non solo come detto prima ad una tua soddisfazione personale), ma a poter lavorare per clienti grandi gestendo progetti di una certa portata.
  5. Secondo me sì, può rappresentare il futuro dell’ informatica che è un campo che cambia moltissimo in base a quello che piace di più e si sta puntando su questa soluzione (devops) avendo una figura unica che fa più o meno tutto e alle aziende fa comodo e più stabile perché non hai tante persone che fanno cose diverse.

E’ molto importante poter dare voce a chi nel settore se ne intende: ciò può essere utile a tutti (chi già sa e chi no) di poter imparare nozioni nuove ed approcciarsi al mondo del DevOps a piccoli passi.

Se devi scegliere un partner esperto, fallo in maniera intelligente: ascolta le parole, ma guarda i fatti!!

 

Openshift: alcuni semplici concetti

Introduciamo il concetto di Openshift definendolo come una piattaforma Kubernetes Entreprise che consente, a chi la utilizza, di poter godere di un’esperienza simile al cloud in tutti i tipi di ambienti.

Openshift offre una serie di possibilità: puoi scegliere dove creare, dove distribuire e dove eseguire le applicazioni mantenendo sempre un’esperienza coerente, realizzando un’ottimale collaborazione tra il mondo Dev ed il mondo Ops (Developers ed Operations), ottenendo la massima efficienza!

Dev ed Ops vi ricorda qualcosa? Abbiamo parlato diverse volte di DevOps, sottolineando che per descriverlo, esistono svariate definizioni.

Il DevOps (link di seguito se siete curiosi e volete sapere di cosa si tratta e quali sono i vantaggi che si ottengono https://www.bluecube.it/devops-significato-definizione/), rappresenta una nuova cultura, un nuovo approccio, un’evoluzione che migliora ed ottimizza i tempi, le risorse ed i processi aziendali ed ha come obiettivo principale il miglioramento della collaborazione tra sviluppatori ed operations per velocizzare la realizzazione di software e rendere più efficienti i relativi processi.

Il fatto di poter ottenere un illimitato ed imminente accesso alle informazioni (grazie ad un maggior numero e varietà di canali disponibili), ha contribuito a creare quindi un metodo di lavoro composto da ritmi frenetici e dalla necessità da parte degli utenti di avere un risposte ed informazioni immediate.
Il tempo è tutto quindi! La velocità è uno dei fondamenti di questo processo, così che DevOps ha creato un modello in grado di velocizzare l’innovazione del business aziendale in termini digitali.

Ecco che il DevOps si presenta come un approccio (culturale) più efficiente allo sviluppo del software che sfrutta le potenzialità di un insieme di processi (che insieme delineano una metodologia) che aumenti la velocità e la flessibilità con cui nuove funzionalità e nuovi servizi vengono forniti.
In tutto ciò, non va dimenticato che la metodologia DevOps offre SICUREZZA al 100% su servizi software molto innovativi.
La filosofia del DevOps si basa sul sistema Agile, consentendo una riduzione dei tempi di sviluppo ed una messa in produzione automatica e continua, apportando miglioramenti al time-to-market.
Ecco che è possibile anche ottenere un’elevata qualità del software con molti meno bug e molte più funzionalità.
Il DevOps, per un’architettura Cloud Native, è un elemento fondamentale!

Openshift: i microservizi

Per microservizi si intende una serie funzionalità importanti che sono alla base dell’approccio architetturale con cui si suddividono le funzionalità di un applicativo, rendendo quindi il servizio di piccole dimensioni ed indipendente dagli altri in termine di implementazione, manutenzione e codice.
Ciò rende possibile il fatto per cui si hanno diversi team occupati su microservizi diversi in modo indipendente e parallelo, comportando un vantaggio esponenziale sia nello sviluppo evolutivo, sia nella manutenzione ordinaria del software che viene realizzato.
Andiamo ora ad analizzare alcuni dei microservizi come segue.

Openshift: virtualizza le tue idee con i container!

I container rappresentano un’evoluzione dell’idea di virtualizzazione tradizionale; sfruttano le capacità del kernel di un sistema operativo (specialmente Linux) , rendendo la coesione di più istanza isolate ed autonome nello spazio utente, permettendo di conseguenza di isolare un’applicazione e tutte le sue dipendenze in un ambiente autonomo.
I container possono essere eseguiti su ogni tipo di piattaforma e server (per lo sviluppo, per il test ed anche per la messa in produzione), garantendo un vantaggio competitivo per moltissime aziende.

Openshift: Automatizza la tua Infrastruttura

Automatizzare un processo e/o un insieme di processi è una funzionalità che spesso viene sottovalutata ma che, in realtà, all’interno di un ambiente Cloud Native, è di fondamentale importanza.
Quali sono i vantaggi che ne derivano?
1. Temporale: il tuo business ha più tempo di lavoro per lo sviluppo effettivo;
2. Gestione di ambienti complessi: noterai una rapida scalabilità ed una diversificazione complessiva degli ambienti.
3. Dev ed Ops: grazie all’automazione, i due team (Dev ed Ops) potranno dedicare meno tempo a svolgere attività di supporto e più tempo al miglioramento continuo del sistema; inoltre, si velocizzano in termini generali, i tempi di modifica ed esecuzione dei test in maniera più rapida progettando efficienti pipeline di CI/CD (leggi anche https://www.bluecube.it/perche-e-necessario-usare-le-pipelines/).

Openshift: la nuova orchestrazione

Oggigiorno tutte le moderne applicazioni si estendono su più macroservizi che vengono containerizzati e distribuiti su una serie di cloud pubblici e privati, senza mai rinunciare alla disponibilità: l’orchestrazione è un’operazione non poco complessa ed è qui che troviamo i famosi orchestratori di Container, come ad esempio Kubernetes.
Kubernetes è uno strumento che consente di automatizzare e controllare attività che vanno dalla gestione stessa del container al provisioning automatico, scalando molto velocemente verso l’alto o il basso.
In linea generale però, va anche sottolineato utilizzare un orchestratore di container è indispensabile per gestire sistemi distribuiti che fanno uso di un gran numero di container e di seguito elenchiamo i vantaggi:
Un orchestratore di container permette di gestire moderne applicazioni strutturate a micro-servizi;
Un orchestratore di container facilita la gestione di un gran numero di micro-servizi in un cluster di server e risolve problemi legati al deployment combinato dei container;
Utilizzando Openshift come orchestratore di container, è più facile ottenere lo scaling selettivo delle singole componenti di un’applicazione a micro-servizi.

Openshift: IaaS, PaaS, e SaaS

Con IaaS, PaaS e SaaS, indichiamo tre macrocategorie di servizi che si basano sull’infrastruttura Cloud che vengono utilizzate dalle aziende per ottenere semplicità d’uso e flessibilità e che, grazie alle loro potenzialità, hanno segnato la svolta per il business aziendale, migliorando anche il processo di digitalizzazione.
E’ bene però analizzare questi termini nel dettaglio in modo tale da costruire un quadro completo:

  • IaaS: Infrastructure-as-a-Service: grazie a questo le aziende possono usare in egual misura e maniera sia le tecnologie sia le funzionalità di un data center tradizionale senza doverle tenere/manutenere/gestire fisicamente poiché è il provider che fornisce un’infrastruttura di cloud computing, compresi server, reti, sistemi operativi, storage, ecc. Alcuni esempi sono Microsoft Azure, Amazon Web Services (AWS).
  • PaaS: Platform-as-a-Service: siamo di fronte ad un ibrido (tra IaaS e SaaS) dove il provider mette a disposizione la piattaforma per creare il software. In questo modo lo scenario è differente, perché da un lato abbiamo i developer che hanno la completa e totale libertà di concentrarsi sullo sviluppo software senza dover badare ai suoi aggiornamenti, allo storage, all’intera infrastruttura, ecc….Esempi? Windows Azure, AWS Elastic Beanstalk ed il nostro OPENSHIFT.
  • SaaS: Software-as-a-Service, tutta l’intera applicazione è messa a disposizione dal provider via web e. per poterla utilizzare, non serve sapere scrivere codici.

Cioè?

Il modo più semplice per illustrarne il funzionamento è farvi pensare ad esempio a Gmail: per accedervi, lo si può fare gratuitamente tramite Internet o acquistando una licenza ma senza scaricare file!
Altri esempi sono: Google Docs, Salesforce, Microsoft Office.

Openshift: le sue caratteristiche

Openshift è molto semplice da installare: l’importante è disporre di un cluster di macchine che utilizzi come sistema operativo RHEL.
Per quanto riguarda i server non c’è nessuna importanza di come siano fatti (che siano fisici, VM, macchine su cloud privati o pubblici); Openshift ha la capacità di trattare il cluster di server come risorse di calcolo e di storage creando un’astrazione nella quale coabitano le applicazioni precedentemente containerizzate.
Openshift è un sistema composto da diverse parti e, ciascuna di esse è installabile in modo tale da avere solo punti di forza (no single point of failure) ed è costruito a partire da Kubernetes sfruttando però altri diversi progetti e tecnologie open source (anche Kubernetes è un aggregato di prodotti open source)

Openshift: il modo più facile per…..

E’ bene ora identificare quali siano alcuni dei vantaggi che Openshift offre, quali ad esempio:

  1. Mostra diverse interfacce utente ed API che consentono di gestire ogni aspetto della piattaforma ed una successo di runtime che facilita la creazione di app containerizzate.
  2. Offre un ricco catalogo di linguaggi e server che costruiscono sistemi distribuiti complessi ed app a micro-servizi in modo semplificato;
  3. Openshift è stato pensato per migliorare la collaborazione tra utenti minimizzando le interfacce indesiderate.
  4. E’ la piattaforma ideale per ottimizzare la cooperazione tra Dev ed Ops.
    Openshift consente agli sviluppatori di approvigionarsi in modo autonomo di tutti gli strumenti necessari per costruire app e workflow di build e deploy a proprio piacimento.
    E’ anche vero che il team Ops ha il pieno controllo dell’intera piattaforma (dal suo utilizzo, dall’esecuzione delle app, ecc)…

Openshift: prendi la scelta giusta

Se tu dovessi pensare di ottenere una serie di vantaggi derivati da una tua scelta specifica, la prenderesti?
Se tu dovessi pensare che dai vantaggi ottenuti dalla scelta specifica dovessi ottenere un miglioramento della tua vita, la prenderesti?
Se tu dovessi pensare di ritrovarti in una situazione di generale miglioramento ed appagamento derivato da una scelta precisa, la prenderesti?
Ora è tempo di portare tecnologici miglioramenti al business, giusto?
Ora è il tempo di scegliere Openshift senza pensarci due volte!

Contattaci per avere maggiori informazioni, ora!

Ti sei mai chiesto perché la tua azienda ha bisogno di utilizzare le pipelines?

Facciamo un piccolo passo indietro per capirci di più.

Innanzitutto con “pipeline” si intende una successione di passaggi orchestrati con la capacità di portare il codice sorgente fino alla produzione. 

I passaggi sono: creazione, confezionamento, test, convalida verifica dell’infrastruttura ed infine, implementazione in tutti gli ambienti necessari.

Una pipeline si può attivare nel momento in cui viene richiesto un determinato evento, ad esempio dalla richiesta di modifica del codice. 

E’ più facile immaginare il concetto di pipelines affiancandolo al suo significato tradotto, ovvero “conduttore” ed il concetto è molto simile: un “tubo” nel quale scorrono e fluiscono una successione di dati.

Oggi giorno i dati si moltiplicano in maniera esponenziale, molto velocemente, ed il mondo dell’IT e del digitale corrono con ritmi frenetici; questo comporta la necessità di avere pipelines di dati all’interno della propria azienda, necessarie anche per ottimizzare il proprio tempo ed il potenziale dei dati stessi, soddisfando, in maniera ideale, i bisogni richiesti dai propri clienti. 

Sono infiniti i dati presenti all’interno di database, applicazioni ed altre sorgenti di informazioni (si pensi anche solo ai fogli di calcolo di Excel); tutti i dati devono essere fruiti all’interno di tutte le sorgenti utilizzate. 

Una pipeline di dati include e racchiude in sé una successione di azioni che iniziano dall’acquisizione di dati grezzi (provenienti da una sorgente) per essere poi trasformati nel minor tempo possibile, in dati pronti per essere analizzati.

Quando si parla di pipelines, si fa riferimento ad Azure Pipelines che integra e combina l’integrazione continua (indicata con CI) ed il recapito continuo (CD) al fine di testare e compilare il codice spedendolo a qualsiasi destinazione.

Vantaggi della pipeline CI/CD:

Utilizzando le pipelines si ottengono numerosi vantaggi; pensiamo al mondo delle applicazione ad esempio: è raro che due applicazioni (compresa l’infrastruttura di supporto) siano uguali; l’attività di sviluppo e la consegna del software sono esercizi ripetitivi ed iterativi e le pipelines dovrebbero essere eseguite più volte al giorno (specialmente per la correzione di eventuali bug si sistema).

Quando si adotta una pipelines CI/CD, il team di sviluppo e quello operativo adottano una comprensione più chiara di ciò che è necessario per concretizzare le proprie idee. 

Inoltre, adottando un approccio sistematico con questa tipologia di pipelines, gli stessi bug possono essere facilmente individuati e risolti, poiché il processo è coeso ed unito e non disgiunto. 

Fasi di una pipeline CI/CD:

Le pipelines CI/CD si suddividono in fasi??

Assolutamente sì, e di seguito ve le mostriamo: 

1) Build – La fase in cui viene compilata l’applicazione.

2) Test – La fase in cui viene testato il codice.

3) Rilascio – La fase in cui l’applicazione viene consegnata al repository.

4) Distribuzione – In questa fase il codice viene distribuito in produzione.

5) Convalida – In questa fase avviene la convalida del software come la presenza di vulnerabilità.

Cosa c’è dentro una pipeline?

Come già sopra accennato, una pipeline di dati contiene l’intero percorso che i dati stessi compiono all’interno dell’azienda.

All’interno di una pipeline di dati quindi, si hanno tre fasi principali: 

  1. Fase di raccolta di dati grezzi: i dati vengono rilevati ed estratti da un numero di sorgenti diverso, arrivando in formati molto diversi da loro (da tabelle, a code, a nomi di file, ecc).
    In questa prima fase quindi i dati non hanno una loro identità ed una loro forma, ed è per questo che vengono definiti come “grezzi”

  2. Fase di governance dei dati: dopo la fase di raccolta dei dati grezzi, le imprese stabiliscono una governance di dati, ovvero devono decidere delle regole per organizzare i dati grezzi precedentemente raccolti; solitamente i dati grezzi raccolti vengono connessi al contesto aziendale al fine di assumere un significato.
    Questa è la fase di controllo della qualità dei dati e della sicurezza, organizzandoli poi per il consumo di massa.

  3. Fase di trasformazione dei dati: è la fase decisiva, in cui i dati vengono puliti, viene data loro una forma ed un’identità, ottengono quindi il formato di report corretto; tutti i dati sterili vengono eliminati.

La missione e l’obiettivo delle pipelines di dati consiste nell’integrare i dati per fornire ai consumatori informazioni facilmente e velocemente fruibili in tempo reale.

 

 

Perché scegliere noi? 

Se si vuole stare al passo con l’innovazione, bisogna concretizzare questa idea e per farlo, bisogna scegliere persone qualificate ed esperte.

Il team Bluecube dispone di personale CERTIFICATO Azure DevOps ed è per questo che i nostri Partner che sono leader di mercato in hosting, housing e cloud hanno scelto noi, perciò, non stare con le mani in mano, contattaci!

 

Necessità iniziale del cliente/Obiettivo 

 

Per Moresi.com leader nel settore della digital transformation, abbiamo sviluppato un PoC (proof of concept)), per automatizzare e centralizzare i processi di provisioning e di configurazione delle risorse degli ambienti On-Premise ed in Cloud, sfruttando le potenzialità della metodologia DevOps.

L’obiettivo è quello di verificare la possibilità di provvedere alla gestione IT delle risorse infrastrutturali sfruttando le potenzialità di Azure DevOps come punto centralizzato, utilizzandolo per orchestrare e gestire tutte le componenti software coinvolte nell’operatività.

Per rendere il POC più completo, per ogni sistema, oltre a verificarne le possibilità di accesso si forniranno anche esempi di casi d’uso pratico.

Ora però, andiamo per step, partendo dagli ambienti e dalle tecnologie utilizzate.

 

Ambienti  e tecnologie utilizzati 

 

Gli ambienti che abbiamo preso in analisi sono i seguenti: 

 

On-Premise

  • Hypervisor

VMware  xSphere

VMware vCloud Director

ESXi (Bare Metal Hypervisor)

  • Network

Fortinet

Fortimanager

Cloud

  • AWS (Amazon Web Services): AWS simple Instance, AWS Multi Region deploy, 
  • Microsoft Azure

 

Sistemi Operativi

  • Linux: LAMP stack deployment using Ansible, LAMP stack deployment using Bash
  • Windows:  deploying IIS and ASP.NET using PowerShell
  • ForiOS: Apply to a FortiOS some firewall rules using Ansible and the self-hosted agent of azure devops

Ci siamo avvalsi dell’utilizzo del paradigma IaC (acronimo di Infrastructure as Code) che consente la gestione e la configurazione completa dell’infrastruttura in tutte le sue parti: reti, macchine virtuali, servizi di bilanciamento del carico e tipologia di connessione, circoscritti in un modello descrittivo.

Per poter raggiungere la nostra meta e soddisfare in maniera ottimale l’esigenza del cliente e la sua ambizione, abbiamo sfruttato le potenzialità di una serie di tecnologie che fanno parte del nostro DNA e che ci caratterizzano, quali: 

  1. Docker: Docker permette di costruire, impacchettare e poi distribuire applicazioni con facilità e velocità attraverso contenitori con le tutte le dipendenze necessarie invece di macchine virtuali. Elimina le banali attività di configurazione e favorisce la collaborazione efficace del team.

I contenitori Docker possono essere eseguiti ovunque, in locale, nel data center, in un provider di servizi esterno o nel cloud. I contenitori di immagini Docker possono essere eseguiti in modo nativo in Linux e Windows.

 

  1. Git: Git è uno strumento per il controllo della versione usato per tenere traccia dei cambiamenti nel codice sorgente e coordinare efficacemente il lavoro fra i componenti del Team.

 

  1. Ansible: Ansible è uno strumento di automazione IT. È possibile configurare sistemi, distribuire software ed eseguire attività IT più avanzate come distribuzioni in sequenza o aggiornamenti senza tempi di inattività utilizzando file di configurazione in formato YAML (YAML Ain’t Markup Language) sotto forma di Playbook Ansible, che permettono di descrivere le configurazioni desiderate in un linguaggio colloquiale.

 

  1. Terraform: Terraform è uno strumento per creare, modificare e aggiornare l’infrastruttura in modo sicuro ed efficiente utilizzando un linguaggio di configurazione di alto livello chiamato HCL (HashiCorp Configuration Language) che consente di descrivere ed attuare lo stato desiderato.

Terraform è in grado di gestire fornitori di servizi noti ed esistenti, nonché soluzioni interne personalizzate.

 

  1. Scripts: Qualora qualche particolare configurazione non sia attuabile con i moduli disponibili per strumenti sopracitati è possibile sfruttare i linguaggi di scripting propri del sistema da configurare:

        Bash: CLI (Command Line Interface) usata nei sistemi operativi Unix e Unix-Like;

        Powershell: CLI (Command Line Interface) usata prevalentemente sei sistemi operativi Windows;

     VMware PowerCLI: modulo di powershell per la gestione, la configurazione e l’automazione dei prodotti VMware.

  1. Azure DevOps: Azure DevOps è una piattaforma Software as a Service (SaaS) di Microsoft che fornisce un insieme di strumenti per lo sviluppo e la distribuzione di software. Si integra inoltre con la maggior parte degli strumenti DevOps presenti sul mercato, ed è un’ottima opzione per orchestrare una Toolchain DevOps.

 

  Metodologia ed approccio utilizzato

 

Inoltre, per poter sviluppare il PoC al meglio, ci siamo avvalsi di una metodologia che, da diversi anni  è presente nel mondo dell’IT a livello internazionale; stiamo parlando dell’approccio DevOps. 

Quando si parla di DevOps bisogna far riferimento ad una nuova cultura, ad un cambiamento radicale applicato al mondo Dev (development) ed Ops (Operations) e, quindi, un approccio rivolto all’automazione dei processi e ad una modalità collaborativa tra i membri del team coinvolti. 

E’ un paradigma che descrive le metodologie da adottare per accelerare i processi di un’idea da concretizzarsi passando in maniera facile dalla fase di sviluppo e progettazione, a quella di produzione. 

Che cosa deve essere chiaro per approcciarsi al DevOps? 

Il team deve essere solido, compatto, collaborativo, con un buon livello di comunicazione ed una continuità nel medio-lungo periodo.

Elemento chiave? L’empatia e la capacità di comprendere tutti i membri del team per affinare al meglio la propria cooperazione, giungendo alla perfezione operativa nel minor tempo possibile. 

Grazie al DevOps si hanno una serie di vantaggi:

  1. Efficienza, passando dal self-service e l’automazione;
  2. Velocità: gli sviluppatore lavorano a stretto contatto con l’anima operativa per velocizzare le fasi di creazione, collaudo, rilascio dei software e delle infrastrutture ad essi correlate
  3. Affidabilità: riduzione degli errori dovuti all’intervento umano.

Come già accennato, quando parliamo di DevOps, parliamo di cambiamento; ogni cambiamento richiede impegno e richiede la capacità di sfruttare al meglio le competenze, le capacità e le tecnologie adeguate.

L’elemento da non dimenticare mai quando si parla di DevOps è l’automazione. 

Perché?

E’ grazie all’automazione che si verifica l’ottimizzazione del tempo per integrare, in maniera agile, eventuali modifiche effettuate al software, scalando ed adattando in maniera flessibile tutte le componenti dell’infrastruttura sottostante. 

Che altro OFFRE il DevOps?

L’automazione permette a tutti i professionisti IT di dedicarsi alle attività importanti, garantendo loro coerenza e riducendo le possibilità di errore, evitando quindi di perdere il loro tempo in compiti banali e ripetitivi. 

I servizi offerti da Azure DevOps sono:

    • Azure Board : Usato per la pianificazione del team basato sulla filosofia Agile/Scrum;
  • Azure Repos : Usato per l’hosting dei repository e la gestione del versioning;
  • Azure Pipelines : Usato per automatizzare le compilazioni e le distribuzioni;
  • Azure Test Plans : Usato per il testing pianificato ed esplorativo;
  • Azure Artifacts : Aggiunge la gestione dei pacchetti integrata alle pipeline;

Tra questi, per la PoC, ci concentreremo su Azure Repos, come contenitore dei repositories, e su Azure Pipelines, come aggregatore di pipeline.

Questi due servizi sono essenziali per seguire la metodologia di lavoro GitOps, la quale necessita che tutto il sorgente sia centralizzato in un repository e che per certi eventi sul sorgente venga eseguita una Pipeline alla quale viene delegato il compito di eseguire azioni finalizzate eventualmente al deploy.

 

Per ogni casistica definita nel paragrafo precedente verrà realizzata una repository che conterrà il codice necessario per conseguire l’obiettivo definito, ad ogni repository è associata una pipeline.

Tutte le pipeline vengono triggerate ad ogni nuovo “commit” sul “branch” principale della repository.
Per ogni casistica si concorderà quali permessi sono necessari per eseguire le pipelines.

Un’organizzazione così modulare del sorgente permette di:

  • Rende lo sviluppo più semplice e veloce, permettendo allo sviluppatore di concentrarsi solo sul sorgente necessario
  • Permette un maggior controllo sulle feature/fix che vengono effettuate e riduce i permessi necessari per eseguire le pipelines.

 

Se volete conoscere i risultati ottenuti, seguiteci e leggete il prossimo, capitolo…

 

Coming soon…

 

Conosciuto come TI-99/4A o TI99/4A, il Texas Instruments TI-99/4A fu uno dei primi home computer che vennero prodotti e lanciati sul mercato da parte della Texas Instruments tra il 1981 e il 1983.

La sua diffusione avvenne soprattutto negli USA ma, a seguito di una guerra commerciale contro la Commodore International, la Texas Instruments non raggiunge un livello significativamente alto di vendite e, con il successo del Commodore 64, la Texas Instruments vide la cessazione della produzione dopo solo due anni dal lancio. 

Il Texas Instruments TI-99/4A a differenza di alcuni home pc e macchine d’epoca che richiedevano una specifica espansione con tastiera ad escursione, supportava la scrittura in minuscolo ed era basata sul TMS-9900, CPU a 16 bit con clock a 3 MHz. 

Altre caratteristiche relative alla grafica erano:

  1. Presenza di 16 colori 
  2. Risoluzione video di 256*192 pixel (32 colonne * 24 righe)
  3. Caratteri 8*8 pixel (ASCII o definibili dall’utente).

Com’era composto l’hardware? 

L’ hardware del Texas Instruments TI-99/4A era stato costruito intorno ad unico blocco.

All’interno di esso c’era la CPU, la scheda madre ed uno slot a cartucce.

Disponeva inoltre di un drive per floppy da 5.25”, una scheda seriale RS-232 con due porte seriali ed una parallela, una scheda P-Code per supportare il linguaggio di programmazione Pascal, un accoppiatore acustico, una stampante termica ed una coppia di joystick per videogames (memoria espandibile fino a 32 kB)  L’ azienda chiamava l’apertura per la coppua di Joystick, “wired remote controllers”, in italiano “controlli a distanza”.

Ciò che caratterizzava il Texas Instruments TI-99/4A era la sua vendita: l’esemplare veniva venduto con tanto di monitor incluso poiché l’adattatore RF utilizzato per collegarlo ad una normale TV non ebbe mai la certificazione da parte della Federal Communications Commission. 

Solo in Italia veniva venduto sprovvisto di monitor perché l’uscita video era compatibile con le televisioni dell’epoca. 

Per non dimenticare un’altra delle particolarità che hanno caratterizzato il Texas Instruments TI-99/4A era la presenza di un sintetizzatore vocale opzionale, come quello dell’Atari 2600, fornito in maniera gratuita ai clienti dopo l’acquisto di un numero determinato di cartucce.

Il sintetizzatore vocale opzionale permetteva di dotare il software o i giochi di sintesi vocale (venne infatti molto utilizzato da numerosi videogames, lanciati dalla Texas Instruments).

Ed il software? 

Il Texas Instruments TI-99/4A utilizzava il TI BASIC come linguaggio di programmazione, che poteva essere espanso anche in TI Extended BASIC (si trattava di una versione più avanzata di quello BASIC che venivano usati dai precedenti pc prodotti dalla Texas Instruments).

L ’home pc non permetteva però di utilizzare il linguaggio macchina creato dall’utente e neppure di scrivere programmi che accedevano in maniera grafica in alta risoluzione.

Per fare ciò bisognava acquistare il modulo “MINIMEMORY” in maniera separata (sempre prodotto dalla Texas Instruments), oppure si poteva espandere grazie al Peripheral Expansion box (prodotto sempre dalla Texas Instruments) con previa espansione anche della RAM da 32 KB.

Come si utilizzava il Texas Instruments TI-99/4A? 

Una cosa molto particolare del Texas Instruments TI-99/4A era che il manuale di istruzione in realtà era una vera e propria guida all’uso e alla programmazione del linguaggio di programmazione TI BASIC.

All’interno del manuale di istruzione è tutto spiegato molto in dettaglio (con tanto di esempi di programmazione); è scritto in modo molto semplice per dare a tutti gli utilizzatori, la possibilità di apprendere tale linguaggio senza avere nessun tipo di nozione nel mondo della programmazione. 

Qual era il “difetto”?

Il TI BASIC è molto lento e limitato, soprattutto per il Texas Instruments TI-99/4A e ciò faceva nascere la necessità di fare un cambiamento e di avere una marcia in più per avere un rapporto di funzionalità/velocità ottimale. 

La Texas Instruments era al corrente di questo problema e si era già portata avanti, preparando una cartuccia, l’Extended Basis, che dava la velocità necessaria!

Qui sotto, un’immagine delle istruzioni del Texas Instruments TI-99/4A.

 

KoDa é un progetto che nasce dal desiderio di sperimentare, ma di cosa si tratta? 

Il nome stesso significa Container (Qui la C diventa K) e Da (che nelle lingue slave vuol dire si), l’idea nasce da queste due immagini:

 

 

Il desiderio è quello di creare un prodotto che sia in grado di ottimizzare l’uso dei container e che comunque permetta di sperimentare, quindi di “giocare” con essi.
Una menzione speciale va alla lettera K del nome, infatti oggi va di moda usarla per i prodotti cloud, secondo noi questo deriva dalla fama di Kubernetes, per fare qualche esempio: Knative, Kubeflow, Katacoda, Kind.

Architettura

KoDa non sarà un progetto monolitico, sarà composto da 3 componenti:

– Il front end, aiuterà gli utenti meno esperti a muoversi in questo mondo

– La cli, sarà dedicata ad utenti più avanzati

– L’engine, avrà il compito di eseguire tutte le operazioni 

Feature

Le feature principali che vorremmo implementare sono queste:

– La visualizzazione delle risorse dei container, quindi le reti, i volumi, le immagini e i container stessi. Questa feature di per se non è nulla di innovativo dato che la stessa linea di comando di docker lo fa

– La creazione di ambienti di sviluppo, l’idea è quella di creare dei template di configurazione degli ambienti. Per chiarire il concetto: se la tua app è in php e deve usare postgres come db allora ti crea sia il db, che adminer che il container con php-fpm

– L’auto creazione di immagini partendo dal codice, per fare questo sarà necessario un file in cui si descrivono le proprietà e KoDa.

Partendo da una libreria di template genera l’immagine, che puoi può essere integrata nell’ambiente di sviluppo

Obiettivi

KoDa è pensato per una vasta platea, partendo da chi non ha mai usato i container fino a chi ne conosce in maniera approfondita le potenzialità. Se si dovesse parlare di roadmap il passo iniziale è quello di arrivare a semplificare il loro sviluppo, quindi è pensato per girare in locale, in un futuro ci aspettiamo di renderlo installabile su un server condiviso e da un unico punto centrale gestire gli ambienti. A questo punto sarebbe necessaria non solo la gestione degli utenti ma anche un’integrazione con un registry.

Lo sviluppo completo delle 3 componenti è previsto per la fine del 2022, il progetto sarà open-source e disponibile su github. Non ci aspettiamo chiaramente di ricevere pull request esterne dato che siamo ancora a gli inizi, ma in ogni caso sarebbero bene accette.

Engine

L’engine ad alto livello si preoccupa di parlare con le API di docker e da queste gestire la CRUD delle risorse e questa sarebbe la prima feature nella sua interezza. Le altre due feature invece sono più sfidanti, la creazioni di ambienti di sviluppo richiedono la gestione di più risorse contemporaneamente per fare un esempio più pratico: per creare un ambiente per un app con il db è necessario creare la rete per i due container, creare il volume per il db e infine i due container.

Per gestire questi ambienti l’idea era quella di creare dei template, anche se al momento sono in corso analisi per capire quale può essere il modo migliore.

L’auto creazione delle immagini è la feature su cui puntiamo di più per questi motivi:

– Creare un libreria di immagini per i framework più utilizzati

– Non perdere tempo a reinventare la ruota 

Attualmente non abbiamo ancora deciso che strada prendere per questa feature, l’idea appunto era quella di creare un file in cui si descrivono le proprietà del progetto, in questo modo l’engine scegliendo dai template può generare l’immagine, una cosa importante è che il codice che viene passato deve rispettare degli standard altrimenti non è possibile far funzionare il workflow della build. Seguire uno standard nei progetti è comunque una cosa che va oltre KoDa ma è auspicabile in generale.

CLI

La cli la possiamo vedere come un estensione della cli di docker e del frontend, ci teniamo a fare questa perché per noi la linea di comando è l’interfaccia che utilizziamo di più.

Frontend

Il front end servirà ad agevolare quanto spiegato sopra. Verrà implementata un’interfaccia grafica in modo tale che tutti gli utenti, anche quelli meno esperti, possano interagire in maniera chiara e semplice con il nostro progetto. L’interfaccia grafica comprenderà un’area nella quale sarà possibile vedere i vari container che si hanno, quali sono attivi e quali no. Avrà inoltre una sezione dedicata per esporre sotto forma di “manuale” i vari passaggi che devono essere svolti per poter configurare un container in maniera autonoma e i passi che sono stati svolti per implementare le nostre feature in modo tale che l’utente non debba andare per forza a vedere il codice su github.

Proseguo

Nel prossimo aggiornamento approfondiremo lo sviluppo del componente Engine,
Fino ad allora restate sintonizzati.

 

Una personalità da scoprire

Il motto di Bluecube è sempre questo: prima di considerare collaboratori e dipendenti, consideriamo l’aspetto umano e quindi il concetto di persona e di quello che realmente è ogni singolo individuo.

Tutto funziona secondo logiche empatiche e relazionali.

Come si può pretendere collaborazione ed efficienza se non ci si conosce?

Il team Bluecube si sta espandendo ed abbiamo deciso di dare voce questa volta ad un nuovo arrivato, Francesco Sblendorio, Technical Lead. 

Grazie all’intervista da Francesco rilasciata, è stato possibile cogliere sfumature del suo carattere molto interessanti.

Animo eclettico, dai mille interessi e dalle mille capacità, solare, simpatico, con voglia di fare e di costruire, trasmettendo i suoi valori (personali e professionali) all’interno dell’azienda e nel suo team. 

Conosciamo più da vicino Francesco: 

 

Come hai trovato Bluecube?

“Vi ho conosciuti tramite Fabrizio Lodi, un mio amico da qualche anno. La cosa che ci accomuna è l’hobby dell’informatica e dei videogiochi, in particolare la storia dell’informatica, non limitata quindi solo alla tecnologia. 

In tale ambito ho prodotto alcuni software che Fabrizio stesso ha apprezzato (anche lato nuovi pc).

Ciò che è davvero bello è che dall’hobby di nicchia sono arrivato a qualcosa di concreto di professionale”. 

 

Come si è composto il tuo percorso professionale? 

“Il mio percorso professionale è una storia di lunga data, mi spiego: sin dalle elementari io nutrivo questa passione e questo hobby ed ero chiamato come quelli che spregevolmente (negli anni 80 non era bello) si chiamavano “nerd”, coloro che erano appassionati di informatica.

Ero già da bambino appassionato “di computer” (specifico, non “di videogiochi”); compravo riviste specializzate e le studiavo, ma non giocavo a pallone…

Poi nella mia carriera professionale ho fatto anche l’attore, recitando in un film comico”. 

 

Che cosa ti appassiona di più del tuo lavoro? 

“Anni fa mi appassionava tantissimo la tecnologia in sé quindi, ogni volta che c’era qualcosa di nuovo, io lo sperimentavo; ora invece è il desiderio di vedere la soluzione, il frutto del mio lavoro, applicata al mondo reale.

Direi che nel tempo è cambiato l’obiettivo”. 

 

Qual è il valore aggiunto di Bluecube secondo te?

“Il valore aggiunto è tantissimo: sto coordinando un gruppo di ragazzi giovani e che, come me, hanno la propensione a scoprire nuove tecnologie, scoprendo i punti di forza e di debolezza del mercato dell’informatica ed in più sono GIOVANI, sono MOLTO più flessibili. 

Nell’informatica ogni mese esce qualcosa di nuovo; sono ragazzi svegli e dover interagire con loro mi fa crescere molto e mi fa capire come far crescere ancor di più una squadra.

Questo è il mio obiettivo nel breve-medio termine”. 

 

Credi nel team giovane e nelle nuove generazioni? 

“Io penso che bisogna mettere i giovani in grado di esprimere le loro potenzialità: questa è la mia responsabilità e di chi fa un lavoro simile al mio. Bisogna mettere i giovani nella posizione tale per cui si possano esprimere: in questo io credo moltissimo.

Non si può andare avanti su gente che è sempre la stessa”. 

 

Cosa vuoi trasmettere a Bluecube dall’alto della tua esperienza?

“Ciò che voglio trasmettere: ho tante esperienze in settori molto diversi tra di loro: dal bancario, al content management, alla salute. Conoscendo tutto ciò e quindi tanti e diversi domini applicativi che richiedono diverse capacità, posso dare informazioni su ciò che accade. 

Se parlo di ambito bancario, la novità tecnologica passa in secondo piano, mentre la sicurezza conquista il primo posto; se parlo di content management invece è la tecnologia a prendere il primo posto”. 

 

Ho visto che hai un passato da attore anche, ben diverso dalla realtà di adesso: quale nesso connette due mondi così diversi? 

“Nesso non c’è; io sono un eclettico: ho tantissimi interessi, molti ma molto diversi tra loro, come ad esempio la storia contemporanea; non sono un esperto, ma leggo e mi informo.

Non sono un attore ma è qualcosa che mi diverte e ho avuto la fortuna di incontrare un regista, Marcello Macchia, che mi ha dato questa possibilità.

Siamo diventati amici e quando un giorno ero in vacanza, la produzione mi ha chiamato proponendomi una parte nel film “Italiano Medio”. 

Con Marcello è stata una bella cooperazione. 

Ho poi ricoperto altri ruoli ma sempre comici!”.

 

Cosa ti ha insegnato la tua esperienza da attore?

“Ad avere a che fare con persone completamente diverse da me, che rappresenta una soft skill importante nel mondo del lavoro.

Nel mondo informatico c’è lo stereotipo della persona che lavora solo davanti al pc.

Nel mondo del cinema ci sono tantissime figure: di scena, di audio, ecc ed io mi divertivo davvero tanto e pensavo: “ma che figata” (mentre io mi divertivo c’erano attori che facevano proprio quello come lavoro e lo prendevano nello stesso modo in cui io prendo il mio).

È stata un’esperienza di vita e sicuramente tutto ciò mi ha arricchito”. 

 

 

DevOps: il sinonimo del nostro presente e futuro informatico 

DevOps è un termine relativamente nuovo nel mercato dell’informatica e della tecnologia. 

Nato dall’incontro di due parole, Developer e Operations, è diventato in poco tempo una metodologia di lavoro che consente di ottenere molteplici vantaggi, ottimizzando il lavoro di entrambe le parti (ramo sviluppo e team IT operation). 

DevOps: Quando è nato esattamente? 

L’origine della parola è riconducibile al 2009 quando due parole, Developer e Operations si unirono. 

Che cosa indicano entrambi i termini?

Con Developers si indicano gli sviluppatori e tutti coloro che sono coinvolti nello sviluppo del prodotto (ad esempio: Product Owner & Quality Assurance). 

Con Operations si indicano invece tutte le competenze professionali, ed in particolare connesse alle figure di system engineer, administrator, tutto il team di operation, network engineer e professionisti della sicurezza. 

Detto ciò, l’obiettivo principale di questo approccio è proprio quello di riuscire il più possibile ad avvicinare i due team, quello di programmazione e quello di sistemisti che, vista la loro intrinseca natura, alle volte hanno obiettivi che non combaciano e che possono entrare in contrasto! 

Perciò, lo scopo principale di questa metodologia è quello di poter realizzare un flusso unico di lavoro che, all’inizio specialmente, dovrà essere pianificato.

In realtà, dare una definizione specifica a questo approccio non è semplice come sembra!

Il fondatore di questo approccio, Patrick Debois, diede questa definizione:  “It’s a movement of people who think it’s change in the IT Industry – time to stop wasting money, time to start delivering great software, and building systems that scale and last”. 

DevOps: alcune definizioni per spiegare il concetto 

DevOps è: unione di processi, tecnologia e persone per offrire valore agli utenti finali

DevOsp è: metodologia Agile di sviluppo software, utilizzata per migliorare la procedura di distribuzione e la manutenzione dei contenuti creati. 

DevOps è: una logica integrata in cui i diversi aspetti di pianificazione, sviluppo, test, deploy, produzione e monitoraggio si relazionano all’interno di un processo organico e continuo. 

DevOps: semplicemente una nuova cultura, un nuovo approccio, un’evoluzione che migliora ed ottimizza i tempi, le risorse ed i processi aziendali ed ha come obiettivo principale il miglioramento della collaborazione tra sviluppatori ed operations per velocizzare la realizzazione di software e rendere più efficienti i relativi processi. 

DevOps: keep C.A.L.M.S. e scegli questo approccio!

DevOps racchiude in sé una serie di principi che, uniti tra loro in una forma sinergica, vengono riconosciuti con l’acronimo C.A.L.M.S. (da non confondere con l’Agile, i cui principi sono iscritti sul famoso Manifesto). 

“Sciogliamo” l’acronimo e scopriamo insieme i vari prinicpi: 

  1. C = Culture: quando si lavora in ambito DevOps è prioritario avere una cultura di tale concetto connesso ad un chiaro percorso verso obiettivi comuni.
  2.  A = Automation: la metodologia DevOps trova negli strumenti la fonte importante per realizzare tutti i processi di provisioning, system integration, release management, system integration, control…
  3. L = Lean: quando si parla di DevOps il proprio pensiero connette due parole tra loro, quali, snello e veloce! Proprio così, perché all’interno di questo approccio è fondamentale snellire e velocizzare i processi per ottimizzare un lavoro al meglio!
  4. M = Measurement: beh, la misurazione dei risultati, delle performance ottenute ed anche dei processi diventa necessario per realizzare un continuo miglioramento. Ecco perché l’analisi e la misurazione deve essere parte integrante di ogni lavoro.
  5. S = Sharing: condividere i risultati ed il proprio lavoro è parte del DNA DevOps ed è allo stesso tempo il modo di lavorare che DevOps stesso propone, così che Developers ed Operations vedano il nemico nel problema e non tra di loro!!! 

DevOps: perché utilizzarlo? 

Grazie a DevOps, la programmazione e lo sviluppo lavorano in sinergia e a ciclo unico sun porzioni di software e non su tutta l’applicazione e ciò permette di: 

  1. Accelerare i tempi di rilascio del software
  2. Migliorare la qualità del codice
  3. Garantire una maggior stabilità e sicurezza
  4. Standardizzare l’infrastruttura
  5. Automatizzare le distribuzioni
  6. Testare l’applicazione in ambienti diversi
  7. Assicurare il successo del software. 

DevOps: perché scegliere proprio noi? 

Il team Bluecube è composto da personale esperto e fortemente skillato in ambito di DevOps; abbiamo applicato questa metodologia dal 2016 quando ancora si parlava di DevOps ma non si conosceva a pieno.

Una dimostrazione di ciò che diciamo? Il progetto con Moresi.com! Nessuna informazione supplementare in merito a questo lavoro.

Volete saperne di più? Cliccate il link seguente e date un’occhiata a quella che noi chiamiamo solitamente “Partnership di Valore”!.

https://www.bluecube.it/moresi-com-e-bluecube-annunciano-una-nuova-partnership-per-offrire-servizi-di-azure-devops/

Ottimizza e facilita anche tu tutti i processi grazie al DevOps! 

Scegli persone che ti sappiano guidare, che sappiano offrirti la migliore soluzione per te e per il tuo business; scegli persone realmente certificate!

Scegli noi!

 

Nel seguente articolo presentiamo una breve intervista di due giovani talenti in azienda: Giorgio Biondillo, che ricopre una figura prettamente tecnica come Developer e Claudio Parravicini, Junior Account.  Vediamo da vicino che cosa ne pensano di Bluecube, da quanto tempo sono presenti in azienda e come loro stessi vedono lo stage come strumento di formazione professionale. Presentiamo di seguito le domande poste ai nostri intervistati:

  1. Che cosa ti ha spinto a scegliere Bluecube?
  2. Da quanti mesi sei qui?
  3. Com’è stato il tuo primo approccio al mondo del lavoro (anche se si tratta di pochi mesi) e quali impressioni hai avuto? 
  4. Con chi ti confronti solitamente? Figure Junior come te oppure Senior? E quali sono le differenze che hai riscontrato? 
  5. Qual è l’aspetto del tuo lavoro che ti piace di più? 
  6. Che tipo di responsabilità ti sono state affidate?
  7. Che tipo di rapporto hai con il team? (Vieni ascoltato e considerato?/Ti senti oppresso?/Ti senti un po’ come se fossi a casa?)
  8. Quali sono le difficoltà che finora hai riscontrato? Come le hai risolte?
  9. Hai avuto una formazione? Come si è sviluppata? 
  10. Come vedi la possibilità di intraprendere una carriera professionale partendo dallo stage?
  11. Consiglieresti ad altri giovani come te una realtà come Bluecube? 

 

Giorgio, 20 – Developer: 

  1. Ho iniziato la mia carriera in Bluecube grazie all’esperienza alternanza scuola-lavoro in terza superiore e successivamente, finita la scuola ho deciso di ricontattare io Manuel, CEO e fondatore dell’azienda, per entrare a far parte del team.
  2. Sono qui dal 4 da Luglio ed ho constatato che è un’azienda diversa (secondo il mio ideale), perché non è all’antica e comunque sono stato da subito ben accolto con del lavoro da fare per farmi entrare nel giro delle attività da fare.
  3. Ho capito che la formazione che avevo a scuola era un’altra cosa, completamente diversa: io ora so COME fare il lavoro ed è diverso da ciò che fai a scuola.
  4. Ho trovato supporto nel team ed ho collaborato e collaboro ancora con Eduardo che è la persona che mi segue;  in linea generale però quando avevo dubbi anche gli altri mi aiutavano ed io faccio lo stesso; se qualcuno ha bisogno di un aiuto da parte mia io mi rendo disponibile.
    Mi sono confrontato con entrambe le figure, sia Junior che Senior e si nota la differenza, specialmente nel loro modo di lavorare che dipende dal loro bagaglio culturale che li contraddistingue; ad esempio parlando con Eduardo si nota subito la sua professionalità e la sua esperienza.
  5. Lavorando nell’informatica non si smette mai di cambiare e di rinnovarsi perché l’informatica è in costante evoluzione ed una cosa fatta ieri può cambiare oggi. Devo rimanere sempre al passo.
    Bluecube mi porta a farlo da solo perché mi fa scoprire nuove dell’informatica che prima non sapevo.
    All’inizio mi hanno fatto fare un progetto in Java, poi in un altro linguaggio e non sai mai quello che potrebbe cambiare: potrebbe cambiare linguaggio, infra tra un progetto all’altro. Ogni volta c’è sempre qualcosa di nuovo e di diverso che devi saper fare.
  6. Parlando di responsabilità riporto ad esempio l’attività che Manuel mi ha affidato: un sito web da fare completamente da solo; è stato il MIO primo progetto lavorativo della mia vita e adesso mi stanno facendo fare un passaggio di consegna per consentire ad Eduardo di avere un backup per poter essere autonomo.
    Inoltre mi hanno assegnato anche il compito di gestire tutta la parte di configurazione dei pc interfacciandomi direttamente con i clienti.
  7. Ho un buon rapporto perché tra noi si parla sempre e per qualsiasi cosa io ne parlo anche con Eduardo: anche agli altri do sempre la mia disponibilità. Mi sono riuscito ad integrare bene nel gruppo.
  8. Si perché le cose da fare era tutto nuovo per me ed io sono riuscito a superare queste difficoltà informandomi sulle cose che potevo fare informandomi su quello che serviva per risolvere. Chiedendo anche aiuto a chi questo lavoro l’aveva gia fatto e mi si poteva dare una mano.
  9. Per quanto riguarda il mio percorso formativo posso dire che sì, c’è stato: sia tramite il supporto del team, sia grazie a corsi di formazione online. Ho imparato cose che poi mi servivano per lavorare poi al progetto affidatomi. Ho potuto capire come FARE e mi sono serviti per questo.
  10. Per chi non ha mai lavorato lo stage può essere una possibile soluzione perché ti fa provare in prima persona com’è il mondo del lavoro e ti schiarisce le idee; ti può far capire se vuoi o meno lavorare in quel mondo.Lo consiglio ma non è l’unica soluzione per potersi approcciare al mondo del lavoro. Ci sono varie possibilità per iniziare. Con uno stage o con l’apprendistato sei comunque più libero e non vincolato. Direi comunque di si perché ti permette di conoscere cose nuove sempre perché ogni volta c’è sempre qualcosa di nuovo e da approfondire per portare a termine il progetto e questo ti consente di arricchire la tua conoscenza.
  11. Come prima esperienza la consiglio perché non fai solo una cosa ma più cose diverse ed in futuro sai già cosa vuoi fare e cosa no e cosa sai fare e cosa no.  Ciò ti stimola a non fermarti mai e a stare al passo con i progetti che ti affidano.

Claudio, 20 anni – Junior Account

  1. Ho avuto la fortuna di conoscere Manuel anni fa e che, sapendo che mi fossi diplomato da poco, mi ha proposto di iniziare una carriera in Bluecube nel ramo commerciale ed io ho voluto mettermi in gioco, accettando l’offerta.
  2. Lavoro in azienda da tre mesi.
  3. L’approccio iniziale ammetto che è stato complicato perché è il primo lavoro che faccio; non è un lavoro facile e richiede tempo al quale doversi dedicare; è impegnativo sotto certi aspetti ed io ho visto tutto inerente alle attività aziendali: dalla formattazione dei pc alla gestione del CRM aziendale (due rami completamente diversi).
  4. Ho avuto modo di confrontarmi sia con figure Junior che Senior ma quest’ultimo  mi sa dare molti, ma molti più consigli rispetto ad uno Junior come me in quanto ha anni di esperienza superiore e si vede; sinceramente io preferisco il confronto con una figura Senior rispetto ad una Junior perché questo mi aiuta ad indirizzarmi verso la strada migliore insegnandomi qualcosa di nuovo ed io in linea generale mi confronto con figure Senior.
  5. Mi piace fare un po’ di tutto sinceramente, non ho una preferenza di mansioni; se proprio dovessi scegliere allora ti dico che preferisco di più la parte del back office commerciale gestendo ordini, aggiornando anagrafiche clienti, svolgendo attività di lead  generation anche attraverso i canali social, in particolar modo grazie all’ausilio di LinkedIn che, all’inizio non ne conoscevo il funzionamento ma che, dopo un po’, prendendo confidenza, sono  riuscito a profilare nuovi contatti ed è stato un piccolo e grande successo per me perché è stata una vera e propria soddisfazione.
  6. Per quanto riguarda le mie responsabilità ti riporto l’esempio dei pc: io sono responsabile della loro preparazione a 360 gradi proprio!, Devo prestare attenzione ad ogni singolo passaggio; dalla sua formattazione all’imballaggio, alla spedizione, all’aggiornamento del database, ecc…
  7. Mi trovo bene con il team: parlo di tutto e trovo comprensione e ascolto da parte del team stesso in caso di necessità e bisogni (anche chiarimenti su qualsiasi cosa).
  8. Sinceramente non ho avuto difficoltà anche perché sono una persona sveglia e capisco molto velocemente.
  9. Ancora adesso io sono in formazione; i primi pc me li ha fatti vedere un mio collega, Giorgio; grazie a Roberta ho visto la parte del CRM aziendale: mi ha mostrato come avvengono gli ordini in tutti i suoi passaggi ed abbiamo riscritto tutta la guida completa per l’utilizzo corretto del gestionale; con Giulia ho potuto avvicinarmi al mondo del Marketing, a partire da LinkedIn ed il suo utilizzo, al funnel di vendita, alla creazione di InMail Marketing; come avviene la costruzione di un post, l’importanza dei sondaggi, l’utilizzo del tool “Sales Navigator”, molto utile per trovare nuovi prospect e lead.
  10.  Penso che lo stage sia un punto di partenza prima di tutto per capire se ciò che stai facendo ti piace e partire dal basso per poi crescere e capire dove indirizzarti.
  11. Sì, consiglierei l’azienda perché è un’azienda giovane, costituita da persone collaborative e disponibili. C’è da lavorare ma il clima è piacevole e ci si assume volentieri le proprie responsabilità perché tutto l’impegno viene riconosciuto.

Il Team Bluecube è alla ricerca di giovani talenti perciò, non esitare a dare un’occhiata alle nostre offerte alla pagina dedicata ed inoltra la tua candidatura.
Siamo PRO ai giovani, PRO alla loro crescita personale e professionale, PRO a voler rendere i giovani fieri di loro stessi, felici di arrivare a lavoro senza vederlo come un peso e di ascoltare le loro necessità ed i loro bisogni.

Spesso si sente una forte ostilità tra la figura del Recruiter e quella del candidato e, negli ultimi tempi, si sente spesso parlare di rapporto tra giovani e stage e di come le aziende ne approfittano di questo potente strumento che, invece di essere utilizzato in maniera razionale e con cognizione di causa con lo scopo di INSEGNARE e di OFFRIRE un bagaglio di esperienza professionale al giovane stagista, viene utilizzato come strumento di sfruttamento.

Daria Martini, HR di Bluecube, ci ha dedicato il suo tempo per poterci mostrare che anche lei, come tanti altri giovani, ha iniziato il suo percorso come stagista e di cosa ne pensa di questo strumento. 

Daria, tu che sei la responsabile HR,  secondo il tuo punto di vista, è indispensabile iniziare una carriera come stagista?  

Non è indispensabile, lo stage se usato bene è uno strumento utile per formare una persona che magari si è appena diplomata o laureata. Lo stage permette alla persona di iniziare un percorso di formazione che poi potrà continuare nell’apprendistato; una cosa che molti non sanno, lato contrattuale, è che i sei mesi di stage possono rientrare all’interno del contratto di apprendistato (anche se fatto dopo lo stage), così l’apprendistato diventa di 30 mesi non di 36 e la persona è un po’ come se fosse sempre stata in apprendistato”. 

Cosa ne pensi di giovani molto competenti che si trovano a dover accettare stage per le condizioni che oggi giorno il mercato del lavoro offre e quali sono le soluzioni che, secondo te, sarebbe bene prendere per evitare che il fenomeno diminuisca?

Che cosa intendi per giovani molto competenti? Persone con esperienza o semplicemente laureati o diplomati con il massimo dei voti? “

Intendo persone che sanno e che sono coscienti di quanto davvero vogliano mettersi in gioco dimostrando le proprie competenze e che, anche se non hanno ancora acquisito alcune competenze, si mettono di impegno per imparare anche se sbagliano, che chiedono, che si informano, che si fanno domande e che cercano risposte.
Poi ci sono anche quei giovani che fanno esperienza all’estero, Erasmus, Internship, Università, che parlano anche due o tre lingue in modo fluente, che hanno già avuto esperienze lavorative, che hanno fame di arrivare a raggiungere una posizione lavorativa adatta alle loro condizioni personali, che devono accettare per forza lo stage perché magari manca loro un requisito o due della Job Offer.

“Il problema di fondo è sempre quello, lo stage viene usato in modo sbagliato, le aziende ne approfittano, te lo dice una che ha fatto un anno e sei mesi di stage in aziende diverse; ne approfittano, e ne approfittano proprio perché i candidati non dicono mai NO!
Logicamente qui stiamo parlando in linea generale, poi logicamente entra in campo il bisogno di lavorare e altri mille fattori nel perché tutti dicono di sì allo stage.
Ti riporto la mia esperienza: io come ti ho detto ho fatto un anno di stage in una società generalista, nell’ufficio selezione eravamo in 4 tutte/i stagisti e mandavamo noi avanti il tutto.
Questo non è giusto, significa approfittare di una tipologia di contratto che non ti da costi.
Io ho fatto 6 mesi di stage (che poi alla fine mi hanno fatto rientrare nel contratto di apprendistato)  in cui ho studiato giorno e notte per imparare tutte le cose informatiche, mi è servito? Assolutamente si; avrei imparato uguale anche se mi avessero fatto un altro contratto? Certo; allora qual è il vantaggio? I vantaggi ci sono da entrambe le parti, ovvero:

 1) Non si è vincolati (da entrambi le parti) non ti piace, te ne vai, non piaci a loro ti lasciano a casa in maniera molto facile

2) L’azienda investe su di te già dal punto di vista di formazione ci può stare che risparmi sul contratto”. 

Quali potrebbero essere i rischi che l’Italia potrebbe incorrere nel momento in cui le aziende continueranno ad approfittarsi così di risorse valide. 

“Il discorso è molto ampio e complesso; l’Italia ha un grande problema ma non si chiama stage si chiama lavoro in nero; certo, i talenti fuggono, ma non tutti altrimenti significherebbe che noi che siamo in Italia siamo tutti scemi eheh.
La colpa non è delle aziende se i talenti fuggono, è colpa del costo dei dipendenti, è colpa dello Stato che non agevola le assunzioni, è colpa della burocrazia, è colpa delle tasse ed è anche colpa delle aziende.
Ci sono tante cose che non vanno in Italia. 
Noi abbiamo mille CCNL, mille regole per evitare i licenziamenti, mille giri burocratici, negli altri stati non è così; in Svizzera, in Spagna, in Germania ecc ci sono solo due contratti: determinato ed indeterminato e tutti e due si possono risolvere da un giorno all’altro.
In Italia siamo molto tutelati da questo punto di vista, fai prima a vincere la lotteria che non a licenziare una persona.
Per dare ad un dipendente 1300€ di netto l’azienda ne deve cacciare 2900€ al mese.
Che fine fanno questi 1600€? Tasse! Lo stage non è il male assoluto! Tutti ambiscono al contratto ma nessuno si pone la domanda, io quanto costo all’azienda? “